Dollaro debole: i pro e soprattutto i contro

Così funzione per chi vuole investire in immobili e sceglie le case americane, ma anche per le società. Nel 2007 le acquisizioni di aziende e società italiane nel mercato statunitense hanno varcato la soglia dei 7,7 miliardi di euro, segnando un incremento del 32% rispetto al 2006.

L’occasione è stata colta al volo dalla Fiat, così come Finemaccanica, che inaugura uno stabilimento a Philadelphia, o Enel, che ha impiantato in Texas la sua più grande central di energia eolica. Questi sono solo alcuni degli esempi più recenti.


Ma ovviamente non è tutto oro quel che luccica e vanno bene i “pro”, ma ci sono anche i “contro”. Il caro euro sul dollaro fa male alle nostre esportazioni, come a quelle di tutta Europa. L’euro è la moneta che più di ogni altra si è apprezzata rispetto al dollaro, e questo non può far bene dal momento che gli Usa restano il nostro mercato di riferimento con il 40% dei prodotti europei esportati proprio negli Stati Uniti. Inoltre le nostre esportazioni diventano sempre meno convenienti anche per tutti quei paesi che dalla moneta statunitebnse sono influenzate, come alcuni paesi asiatici ad esempio. Le aziende italiane stanno cercando sempre di più di diversificare il proprio export, dirigendosi làddove il denaro non manca ed i consumi sono in continua crescita, come in Russia, nei paesi Arabi e nei paesi emergenti.

Ma quali sono gli scenari futuri? Prevedere un ulteriore apprezzamento dell’euro è difficile (anche se Warren Buffet, non per niente chiamato l’oracolo di Ohama ha previsto un declino inarrestabile per il biglietto verde) così come sostenere di credere nella ripresa del dollaro a breve termine. Quello che è certo è che attualmente chi ha acquistato in dollari ora sta vendendo per acquistare sull’euro, rendendo inevitabile un rialzo della moneta europea. Dal 2002 ad oggi, sebbene sembra che sia una novità dell’ultima ora, il dollaro ha perso il 40% circa nei confronti dell’euro a causa non solo della recente crisi subprime e quanto ne è conseguito, ma anche dei numerosi deficit di bilancia dei pagamenti accumulati dagli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti sono proprio coloro che maggiormente guadagnano dal crollo della loro moneta: un dollaro debole si traduce in denaro per tutte le grandi società di export statunitensi, come Caterpillar o Coca Cola solo per citarne due, e l’economia americana coglie al volo l’occasione per rilanciare le proprie esportazioni.

Non va poi dimenticato l’effetto del dollaro debole sulle materie prime, abitualmente prezzate e pagate in dollari: questo vale per il petrolio, come per le commodities agricole e i metalli preziosi. Chi “vende” le materie prime deve compensare una moneta debole con il rialzo dei prezzi, rialzo che l’apprezzamento dell’euro non riesce ad attutire completamente.

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