Riforma sospesa ma Banca Popolare di Bari crede nella spa

di Gianni Puglisi Commenta

Il sistema bancario italiano negli ultimi anni è stato teatro di grandi cambiamenti, non ultima la trasformazione in società per azioni delle banche popolari. Una riforma fortemente voluta dal governo Renzi ma che è ferma da dicembre 2016 per l’intervento del Consiglio di Stato che l’ha rinviata alla Corte costituzionale. Nel frattempo la Banca Popolare di Bari ha intrapreso, come altre, il percorso di revisione dello Statuto sociale per renderlo omogeneo alle caratteristiche delle società per azioni. Una strada sulla quale, via via, l’istituto barese ha proceduto in maniera sempre più convinta, pur avendo già alcune situazioni pregresse da risolvere.

Una su tutte l’incorporazione di Tercas e Caripe, rilevate prima del fallimento con 500 milioni di euro tra capitale e bond subordinati e che oggi fanno parte del Gruppo come marchi commerciali largamente diffusi in Abruzzo. Poi, nel corso del 2016, il titolo è sceso da 9,53 a 6,60 euro sul borsino degli scambi Hi Mtf e l’offerta continua ad essere superiore alla domanda. Non giova, in questo senso, l’incertezza dovuta al congelamento della riforma.

Oltre alla serie di adeguamenti funzionali necessari per i nuovi assetti societari, la BPB sta studiando le soluzioni migliori per minimizzare il rischio di recesso, questione centrale anche delle perplessità che hanno portato il maggiore organo della giustizia amministrativa, a sospendere le norme attuative della riforma emanate dalla Banca d’Italia.

Il passaggio alla spa rappresenta la chiave di volta per il rilancio dello storico istituto pugliese, il più grande del Sud Italia. Più ostile alla trasformazione, la Banca Popolare di Sondrio al cui interno fra vecchi soci e il fondo hedge Amber è aperta una contesa legale. L’accusa del Fondo è di “comportamento dilatorio del cda di Sondrio, che ha adottato la linea dell’inattivismo”.

Bari e Sondrio sono le ultime due banche popolari a non aver attuato la trasformazione in spa. Dopo quasi un anno di attesa, la decisione della Corte costituzionale potrebbe arrivare a gennaio o febbraio del 2018. A quel punto, la patata bollente tornerà sul tavolo del Consiglio di Stato che dovrà emettere una sentenza di merito.