Petrolio, count down iniziato per il vertice Opec

di Sandro Argenti Commenta

Si terrà a Doha domenica. Mercati nervosi.

In un paio di settimane, da quando sta crescendo l’attesa per il vertice che, domenica prossima, a Doha dovrebbe sancire un congelamento della produzione di petrolio e, dunque, pare, un rilancio delle quotazioni, il prezzo del barile è cresciuto di 5 dollari, insieme alla frenesia dei mercati.

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Per Arabia Saudita e Russia, che producono ognuna 10 milioni di barili al giorno, quei 5 dollari equivalgono a 50 milioni di dollari in più di incassi al giorno. A scendere, lo stesso vale per tutti i protagonisti del mercato del greggio. In altre parole, l’attesa per il vertice ha portato, da sola, parecchie centinaia di milioni di dollari ai forzieri di ognuno dei giganti del petrolio. E, in ogni caso, ha impedito che il prezzo scendesse, svuotandoli ulteriormente. A pagare, finora, sono stati gli operatori che non vedono l’ora di poter scommettere su una ripresa dei prezzi e quelli, assai più numerosi, che, avendo puntato, invece, nelle scorse settimane, sui prezzi bassi del greggio, si affrettano ora a muoversi in senso opposto, vedi mai da Doha uscisse davvero un accordo.

Il problema è che l’ipotesi che il vertice di Doha partorisca un accordo significativo e, ancor più, che quell’accordo possa rilanciare verso l’alto il prezzo del petrolio è molto dubbia e gli stessi protagonisti, a Riad come a Mosca, abbiano voluto o no manipolare i mercati, lo sanno. Alla base, c’è una realtà che nessuno contesta: il prezzo del petrolio crolla perché se ne produce troppo. L’offerta supera la domanda di 1-2 milioni di barili al giorno. Per riequilibrare il mercato, bisognerebbe che i produttori tagliassero la produzione appunto di 1-2 milioni di barili. Ma nessuno ha intenzione di farlo. Tanto meno i membri dell’Opec, più i grandi produttori esterni al cartello – dalla Russia, al Messico, alla Norvegia – che si ritroveranno domenica intorno al tavolo di Doha. Tutti hanno sempre parlato solo di “congelare” la produzione ai livelli di gennaio.

Ma all’inizio del 2016, i grandi produttori come Arabia saudita e Russia stavano già a livelli record di produzione e avevano già fatto sapere che non intendevano aumentarli. Dunque, Riad e Mosca non cederebbero nulla.