Btp da comprare secondo Jp Morgan AM

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Nonostante la crisi economica continui a rappresentare una grave minaccia per il futuro dei paesi europei, da un punto di vista strettamente finanziario le grandi case di investimento iniziano ad apprezzare gli sforzi compiuti da molti paesi della periferia continentale, coma Italia e Spagna, dal lato delle riforme strutture e delle misure di consolidamento. Se fino al primo semestre dell’anno le grandi banche americane non volevano sentir parlare di investimenti in asset denominati in euro, oggi sono più attive che mai.

Una di queste è senza dubbio Jp Morgan Asset Management, società di gestione del gruppo JP Morgan Chase & Co. che ha un portafoglio obbligazionario di titoli governativi di ben 840 miliardi di dollari. Secondo il gestore Nick Gartside, che è anche chief investment officer del comparto del reddito fisso internazionale della società, oggi i titoli di stato italiani meritano una scommessa. Il money manager non nasconde di aver comprato Btp a partire da metà settembre 2012, dopo aver appurato il cambiamento dell’approccio strategico della BCE a “pro-attivo” da “reattivo”.

Secondo l’esperto, l’Italia merita fiducia perché innanzitutto “è un paese solvibile, in grado di ripagare il suo debito”. Gartside ritiene che i Btp abbiano valutazioni molto interessanti e che lo spread Btp-Bund potrebbe scendere alla fine fino a 300 punti base. Il gestore non nasconde le sue perplessità sull’elevato ammontare del debito pubblico, che ormai sfiora i 2mila miliardi di euro, ma ritiene che l’Italia presenta punti di forza da non sottovalutare, a cominciare dalle “enormi ricchezze che fanno capo alle famiglie, un elevato tasso di risparmio e un indebitamento non pubblico contenuto”.

Il rapporto deficit/pil è pur sempre tra i più bassi d’Europa dopo le recenti manovre finanziarie e il paese ha anche un avanzo primario di bilancio. Ciò vuol dire che al netto degli interessi da pagare sul debito, l’Italia è un paese che spende meno di quanto incassa. Tra i fattori di rischio c’è sempre la scarsa capacità di crescita, la bassa competitività e i problemi di rifinanziamento per le aziende.

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