La crisi dei piccoli autotrasportatori

di Daniele Pace Commenta

Per i piccoli autotrasportatori è crisi nera, e chi può, cerca di unirsi in cooperative e consorzi che possano competere con i bassi costi offerte dalle aziende dell'est europeo.

Per i piccoli autotrasportatori è crisi nera, e chi può, cerca di unirsi in cooperative e consorzi che possano competere con i bassi costi offerti dalle aziende dell’est europeo. Sono ben 17mila le aziende che hanno chiuso le porte in soli sei anni, quasi tutte piccole aziende, quasi tutte individuali. Una vera ecatombe che non è riuscita a reggere la concorrenza dei paesi dell’Est, che possono pagare gli autotrasportatori con stipendi di 8 volte inferiori a quelli dei contratti italiani. Non a caso, se in Italia si chiude, in Romania, Polonia e paesi limitrofi, si aprono continuamente nuove aziende e si continuano a immatricolare nuovi mezzi di trasporto pesante.

In sette anni, il 15% degli autotrasportatori individuali italiani ha chiuso i battenti, ma sono leggermente aumentate le cooperative e le SpA, che riescono a competere meglio sul mercato, dove le strutture complesse riescono a sopravvivere. Il resto del settore in Europa non ha problemi seri come quelli italiani, grazie proprio a strutture più grandi, e anche girando sulle autostrade italiane la cosa salta all’occhio. Il 60% dei Tir che passano i confini, hanno targa straniera.

Il problema principale è il costo del lavoro, troppo basse all’Est, e anche altri paesi occidentali europei, seppur non come l’Italia, hanno pagato un conto salato, con immatricolazioni di mezzi pesanti crollate in Francia (-23%), mentre la Germania ha perso solo il 9%. Naturalmente in “attivo la Polonia, con il 30% di immatricolazioni in più, mentre in Bulgaria c’è un +164% per il rapporto tonnellate/km trasportate, +54% in Ungheria e Slovacchia, +45% in Slovenia. In Italia -51%.