Marchionne: solo 5 o 6 produttori auto rimarranno sul mercato

di Vincenzo Caccioppoli Commenta

Il mercato dell’auto sembra piu di altri patire questa crisi finanziaria che ormai da un anno sta intaccando l’economia mondiale. La General Motors, che fino ad un anno e mezzo era fra le prime cinque societá quotate a Wall Street, ora e’ ad un passo dal fallimento, insieme alla altre due sorelle di Detroit, Ford e Chrysler. Ma anche in Europa ed Asia la situazione non é certo migliore, se si pensa che quasi tutti i grandi produttori di auto da Fiat a Renault fino a Wolksvagen hanno deciso per una chiusura degli stabilimenti di venti giorni almeno durante le feste natalizie. La stessa Toyota considerata da anni come l’azienda perfetta ha lanciato un allarme utili e ha rivisto le sue stime per il 2009 al ribasso.

Tutti i governi, a cominciare dalla nuova amministrazione americana stanno pensando a come aiutare questo settore vitale per l’economia industriale di ogni Paese. Anche in Italia si sta pensando a come aiutare il colosso Fiat che sembra tornata ai livelli di pre Marchionne, quando ormai il fallimento sembrava davvero dietro l’angolo. Il problema di Fiat é che al contrario di altri colossi industriali europei o americani ha gia’ abbondantemente goduto degli aiuti ed incentivi statali per oltre un ventennio e quindi ora esiste solo maggiore attenzione verso simili inziative.

Quello che lascia piuttosto perplessi sono state le recenti affermazioni dell’amministratore delegato di Fiat, Marchionne che ha detto che che vista l’attuale situazione, l’unica strada per le società automobilistiche è il consolidamento, le aggregazioni. Secondo Marchionne, infatti, potranno sopravvivere sul mercato solo i costruttori con una produzione superiore ai cinque milioni di auto l’anno. La strada dell’indipendenza per Marchionne è finita: visti i livelli degli investimenti richiesti per lanciare nuovi modelli, non è pensabile che tutti gli attuali protagonisti del settore conservino la loro indipendenza. Questa affermazione però non arriva del tutto inaspettata se si pensa alla politica che ha portato avanti anche prima della crisi il gruppo torinese, con le aggregazioni prima con gli indiani di Tata e poi con gli accordi commerciali con altri produttori mondiali per arrivare a quelle economie di scala che permettono risparmi vitali per un settore che sembra arrivato, cosi come concepito, al suo capolinea.

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