Quotazione spread Btp-Bund 19 ottobre 2012

Stamattina lo spread Btp-Bund mostra una quotazione di 308 punti base, dopo meno di mezz’ora dall’inizio delle contrattazioni sui mercati europei. La discesa del differenziale di rendimento tra il titolo di stato italiano a dieci anni e il pari scadenza Bund tedesco è ormai in atto da circa tre mesi. Lo spread è a un passo dalla soglia psicologica dei 300 punti base, un traguardo davvero importante se si considera la situazione di circa un anno fa.

Infatti, a novembre 2011 lo spread Btp-Bund raggiunse il massimo storico a 575 punti base, provocando la caduta del governo Berlusconi e l’insediamento del governo tecnico guidato da Mario Monti. Da allora lo spread è salito sull’ottovolante, passando dai 500 e rotti punti di inizio 2012 a circa 280 punti base a marzo scorso. In estate, poi, lo spread era tornato a salire pericolosamente sopra 500 punti base fino a iniziare un nuovo movimento discendente verso i 300 punti base.

L’altalena dello spread è stata, però, molto costosa per il governo, le famiglie e le aziende italiane. Innanzitutto per il sistema produttivo lo spread elevato ha generato una forte restrizione del credito e un aumento del suo costo. Secondo Bankitalia l’impatto per le imprese non finanziarie, compreso le micro-imprese, è stato di circa 5 miliardi di euro. A maggio 2011 le imprese pagavano un tasso medio del 3,46%. Da quel momento le nuove erogazioni di prestiti sono avvenute a tassi di interesse sempre più alti, fino a toccare un massimo del 4,18% nel dicembre 2011.

Ad inizio anno il tasso medio di interesse applicato ai finanziamenti alle imprese non finanziarie era pari al 4,05%. Il costo per il sistema produttivo da maggio 2011 ad agosto 2012 è stato pari a 440 milioni di euro mensili, al quale va poi aggiunto il debito delle micro-imprese. Ora con lo spread sceso a 308 punti base, il rendimento dei titoli di stato a 10 anni si è attestato al 4,71%. Per il momento, però, non ci sono ancora grandi miglioramenti nel sistema del credito, anche perché l’economia reale ha una velocità di reazione diversa rispetto al sistema finanziario.

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