Economia USA: mercato immobiliare, consumi e investimenti arrancano. La crisi non è solo finanziaria

Come anticipato lunedì, questa settimana è servita a fare il punto sulla stato dell’economia statunitense. Come vedremo le cose non stanno andando bene e questo preoccupa per due motivi: da una parte si iniziano ad intravedere gli effetti negativi della crisi finanziaria sulla economia reale, dall’altro i dati pubblicati non lasciano molte speranze proprio per la risoluzione della crisi stessa. Siamo di fronte ad un cane che si morde la coda: il mercato immobiliare ha dato avvio alla crisi finanziaria (mutui subprime) e la crisi stessa compare tra le cause della attuale debolezza del mercato immobiliare e dei consumi.

Un mercato finanziario in preda al caos come quello attuale non è infatti in grado di mettere risorse là dove sarebbe più proficuo, ma si lascia dominare da paure irrazionali portando i tassi di interesse a livelli più alti di quello che sarebbe opportuno rendendo eccessivamente onerosi i prestiti di denaro. Il risultato è un PIL in rallentamento e un crollo della fiducia per il futuro.

Ci concentreremo sugli ultimi dati relativi al mercato immobiliare e ai consumi USA, vedremo i dati definitivi sul PIL secondo trimestre del paese a stelle e strisce. Questi dati, di fondamentale importanza, sono stati messi in ombra dal dibattito sull’approvazione del piano Paulson mettendo in luce la tendenza della stampa a lasciarsi prendere da fittonate spesso fuori luogo. I 700 miliardi messi in campo sarebbero certamente utili a calmare le acque, ma senza una ripresa del mercato immobiliare e dei consumi la crisi non può terminare.

Il mercato immobiliare USA ad agosto è sceso in modo significativo e oltre le attese: la vendita di case ha fatto segnare un -2,2% con i prezzi medi delle abitazioni USA in calo del 9,5%. Da agosto 2007 la vendita di case di nuova costruzione è diminuita del 35%, con un -11,5% solo nell’ultimo mese (è il dato peggiore dal 1991). Deve essere sottolineata l’importanza del dato sulle nuove case che nonostante rappresentino una piccola porzione dell’intero mercato riescono comunque ad anticipare la tendenza futura. Ad Agosto sono scesi più delle attese anche gli ordini di beni durevoli con il -2% dei beni produttivi (utili anche a capire quanto stanno investendo le imprese). Cali ancora più forti per gli aerei commerciali (-38%) e per le automobili (-8,1%).

Infine brutte notizie anche dal PIL USA. Il Dipartimento del Commercio statunitense ha infatti ridotto al 2,8% la stima sulla crescita del PIL nel secondo trimestre (la stima fatta lo scorso mese era di un +3,3%). A trainare al ribasso i dati sono stati i consumi  e gli investimenti delle imprese: entrambi sotto le attese a causa della perdita di fiducia dovuta non solo al perdurare della crisi finanziaria, ma anche agli alti costi dell’energia, ad un mercato del lavoro in continuo peggioramento e ad un mercato immobiliare in costante calo. Anche qui vediamo il cane che si morde la coda: i cittadini americani spendono meno e così spingono le imprese a ridurre i loro investimenti e i posti di lavoro, cosa che deteriora la capacità di spesa dei consumatori. Fortunatamente però l’economia USA sembra in grado di evitare la recessione, anche se nella seconda parte dell’anno la crescita sarà probabilmente vicina allo zero. Notizie positive arrivano invece dall’inflazione in rallentamento ai minimi dell’ultimo semestre. Come termometro della crisi potrebbe essere presa General Electric: la più grande conglomerata del mondo, attiva in svariati settori tra cui quello industriale, quello finanziario e quello dei media ha ridotto per la seconda volta quest’anno le stime sull’utile per il 2008 e ha sospeso il buy back per non rischiare di compromettere la propria solidità finanziaria (adesso il giudizio di rating su GE è AAA).
Questo blog ha già parlato dei rischi derivanti dai cambiamenti climatici: in quest’ottica è interessante evidenziare gli effetti dell’uragano Ike sull’economia USA: da una parte ha bloccato la discesa del prezzo del petrolio con effetti negativi sull’inflazione, dall’altra ha danneggiato il mercato del lavoro di Texas e Louisiana, paesi in cui le richieste di sussidi di disoccupazione sono ulteriormente aumentate.

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