L’Italia merita ancora il petrolio libico?

di Simone Ricci 1

I nuovi leader della Libia ricorderanno sicuramente chi ha fornito loro gli aiuti più importanti per quel che concerne la “detronizzazione” di Muammar Gheddafi: questo “rinfresco di memoria” sarà fondamentale al momento delle concessioni petrolifere future. Cosa accadrà all’Italia, uno dei principali investitori in terra libica, ma anche compromesso col vecchio regime? Gli svantaggi commerciali potrebbero essere evidenti, anche perché non è certo un mistero che Tripoli rappresenti una delle maggiori riserve di oro nero al mondo, con una stima complessiva di quarantasei miliardi di barili e molte nazioni che sono costantemente interessate a questi giacimenti.

La corsa al greggio è davvero agguerrita, tanto che le rivalità sono accese al massimo, con la francese Total e la russa Gazprom alla ricerca di fette sempre più consistenti. Come hanno precisato chiaramente i politici post-Gheddafi, gli amici verranno ricordati in maniera adeguata. La nostra penisola può forse essere definito un amico? L’Eni opera da queste parti sin dal 1959, riuscendo a generare ben il 13% del proprio reddito prima che scoppiasse il conflitto interno; la guerra ha infatti interrotto un volume complessivo di petrolio e gas libico di circa 280mila barili al giorno, mentre la stessa Total era ben lontana con i suoi 55mila barili. Nel paese africano, inoltre, operano altri due colossi importanti come Exxon Mobil Corporation e BP Plc.

La selezione dei prossimi mesi potrebbe dunque anche escludere l’Italia, anche perché sono troppo vivi i ricordi dell’incontro italo-libico tenutosi a Roma nel 2009 e nonostante la recente firma di cooperazione tra il premier Mario Monti e il numero uno del Cnt, Mustafa Abdel Jalil. C’è comunque da precisare che le nuove concessioni non avranno luogo prima delle elezioni del prossimo mese di giugno, c’è ancora del tempo per rinsaldare o migliorare le alleanze. Tra l’altro, la Libia deve anche fronteggiare delle gravi difficoltà economiche, caratterizzate da alta disoccupazione e bassi salari.

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