L’indice Big Mac dell’Economist: il tasso di cambio con un panino

di Redazione 1

Quanti hamburger compriamo con un euro? Quanti con uno yuan? E con un dollaro? Mentre noi compriamo questi panini per un fugace (ma pesante!) spuntino, la celeberrima rivista “The Economist” attraverso l’ indice del Big Mac, dichiara quali valute sono attualmente apprezzate o deprezzate rispetto al dollaro statunitense. Il Big Mac, panino della multinazionale McDonald’s ha delle caratteristiche alquanto desiderabili per gli economisti: viene venduto in moltissimi Paesi ed è considerato un bene perfettamente omogeneo perché identico ovunque. Per capire se una valuta è o non apprezzata rispetto al dollaro, basta confrontare il prezzo in dollari del Big Mac per ognuno dei Paesi del campione: se il prezzo locale convertito in dollaro al tasso di cambio corrente è maggiore del prezzo degli USA, allora la valuta locale è apprezzata rispetto al dollaro USA.


Per esempio a New York il Big Mac costa 2,71 dollari, mentre a Parigi 2,71 euro, dato che oggigiorno il tasso di cambio dollaro euro si aggira sui 1,50 dollari (occorrono 1,50 dollari per ottenere un solo euro). Quindi lo stesso Big Mac costa a Parigi circa quattro dollari! Si conclude che l’euro è apprezzato rispetto al dollaro, o viceversa il dollaro è deprezzato rispetto all’euro. L’indice Big Mac analizza la stessa situazione anche per Paesi come Suriname, Nuova Zelanda, Perù, ecc..per cui è possibile confrontare il valore di tutte queste valute rispetto al dollaro.

Vi sono però delle imprecisioni nell’indice dell’Economist, nel senso che, pur essendo il Big Mac un bene omogeneo, in realtà il suo prezzo dipende da alcune condizioni locali: per esempio in alcuni Paesi può esistere una naturale preferenza per altre forme di fast food per esempio la pizza (al contrario che in Cina dove addirittura alcuni giovani sposi ricevono i propri cari per il “pranzo” nuziale proprio nei locali di McDonald’s!), per cui in alcune zone il prezzo del Big Mac potrebbe essere piuttosto basso o alto e non rappresenterebbe in maniera efficiente un indice dei prezzi al consumo per l’intera economia.

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