La crisi finanziaria non sfiora PetroChina: la compagnia petrolifera asiatica acquisirà gli asset delle società più deboli

PetroChina Co., la maggior azienda asiatica nell’ambito della produzione petrolifera, potrebbe acquistare le partecipazioni delle società energetiche rese vulnerabili dalla crisi creditizia, per poter espandere la propria produzione e venire incontro alla crescente domanda di carburante in Cina: è quanto affermato dal portavoce della società, Jiang Jiemin. PetroChina sta anche studiando la possibilità di acquisire finanziariamente le risorse delle compagnie più in affanno.

 

Le compagnie petrolifere della Cina hanno ripreso la loro ricerca di risorse globali, dopo un vuoto di due anni causato dalla peggiore crisi finanziaria dai tempi della Grande Depressione e dalla caduta dei prezzi dei beni da vendere nei mercati azionari. Le società più potenti stanno anche tentando di vendere gli asset per poter attenuare il peso del loro debito ed evitare i rischi di rifinanziamento. Lo stesso Jiang ha così commentato:

Stiamo studiando la situazione operativa di alcune compagnie internazionali, tra cui le società energetiche nel mercato dei capitali e non rinunceremo a nessuna opportunità.

L’indice asiatico MSCI AC Asia Pacific Energy ha perso circa il 55% quest’anno, percentuale nettamente superiore al 38% di caduta dell’MSCI World Index.

 

La crisi sta falcidiando l’economia di Hong Kong: nuove sfide all’orizzonte per la città asiatica

Il segretario finanziario di Hong Kong, John Tsang, ha messo in evidenza che vi saranno ulteriori sfide economiche per la città durante la grave crisi economica di quest’ultimo periodo: tali sfide riguarderanno particolarmente le chiusure delle società e le perdite di investimenti. Lo stesso Tsang è stato molto chiaro al riguardo:

La crisi finanziaria avrà un impatto considerevole sull’economia e gli abitanti di Hong Kong devono dunque essere pronti ad affrontare tale sfida. Nonostante ciò, le unità fondamentali e il sistema della città sono in salute e l’economia è molto forte.

 

I commenti sulla situazione di Hong Kong da parte di Tsang arrivano all’indomani del collasso di tre rivenditori della città cinese in sole due settimane: dato che vi sono condizioni di credito molto ristrette è abbastanza difficile per le società minori rifinanziare il debito. Centinaia di investitori di Hong Kong hanno protestato nelle strade la scorsa settimana per le perdite nei cosiddetti “minibond” garantiti da Lehman Brothers. Tai Lin Radio Service Ltd., la catena di vendita di prodotti elettrici di Hong Kong, che vanta tra l’altro 60 anni di esistenza, è stata costretta a chiudere ieri dopo aver accumulato un debito di ben 100 milioni di dollari di Hong Kong (13 milioni di dollari).

La crisi arriva anche in Cina: l’economia rallenta e il governo pensa ai rimedi

Dopo la riduzione delle stime di crescita in Giappone e Singapore, adesso è venuto il turno della Cina, segno che l’Asia non è immune a quella che sembrava essere una crisi esclusivamente occidentale. Nel terzo trimestre dell’anno il prodotto interno lordo cinese dovrebbe essere salito del 9,7%, questo secondo le stime degli economisti. Il dato è significativo in quanto segna una decelerazione piuttosto marcata rispetto al 10,1% del trimestre precedente e al 10,6% della prima parte dell’anno (questi comunque sono tassi annualizzati). Negli ultimi giorni inoltre anche il Fondo Monetario Internazionale ha ridotto al 9,3% le stime di crescita per il 2009 , ma c’è chi parla anche di 8% se non venissero presi opportuni provvedimenti. Il rallentamento in corso trova spiegazione nel peggior andamento delle esportazioni: Europa e Stati Uniti, i principali mercati di sbocco dei prodotti cinesi, stanno infatti scivolando in una recessione e questo porterà ad un calo della domanda. Brutte notizie anche dal mercato immobiliare: a Shangai i prezzi delle case stanno crollando, con un -19,5% solo nell’ultimo periodo. Debole anche il mercato azionario il quale ha sofferto più degli altri mercati della crisi in corso, rispetto ai massimi dell’anno l’indice CSI 300 ha perso il 66%.

La Cina richiederà 3000 aerei entro il 2020 ad Airbus: è il primo assemblaggio extra-europeo per la compagnia francese

Airbus SAS, la più grande azienda produttrice di aerei, ha avviato il suo primo assemblaggio aereo al di fuori dell’Europa: la compagnia ha fatto sapere di voler acquistare le componenti necessarie dalla Cina a partire dal 2020, dato che la nazione asiatica, la più popolosa del mondo, potrebbe necessitare di circa 3.000 aerei nei prossimi venti anni. Airbus, che ha sede a Tolosa (Francia), dovrebbe poter riuscire ad assemblare quattro A320 dal 2011 nella città cinese di Tianjin, nella parte orientale del paese. Ciò dovrebbe rinforzare l’approvvigionamento della società per una cifra pari a 70 milioni di dollari.

 

Tom Enders, direttore generale della compagnia, ha annunciato che:

La società sta già aumentando in maniera consistente le sue risorse. In due anni esse verranno triplicate, raddoppiate di nuovo in tre anni, fra quattro o cinque anni.

La società francese sta rendendo la Cina importante come gli Stati Uniti, sempre alla ricerca di incrementare le vendite nel secondo mercato mondiale dell’aviazione. I 3.000 aerei di cui la Cina dovrebbe aver bisogno dopo il 2020 sono la testimonianza della continua crescita dell’economia della nazione asiatica e di un “ammorbidimento” nei regolamenti dell’aviazione.

 

Calano le quotazioni dello yuan cinese: ora verrà limitato l’apprezzamento della valuta e intensificate le esportazioni

Lo yuan cinese è caduto a livelli che non venivano raggiunti da luglio 2005, periodo in cui ci furono problemi nelle quotazioni col dollaro: a causa di questa situazione i policy makers stanno limitando l’apprezzamento della valuta asiatica, al fine di favorire gli esportatori e sostenere la crescita tra la crisi economica globale. Il premier cinese Wen Jiabao si è impegnato pochi giorni fa a mantenere una solida stabilità economica, finanziaria e del mercato del credito, andando in controtendenza agli Stati Uniti, sempre più vicini alla recessione. Il governo cinese ha dovuto frenare i guadagni dello yuan per questo trimestre, dopo che la banca centrale ha rilevato che gli ordini di esportazioni sono scesi ai livelli più bassi da tre anni a questa parte.

 

Lo yuan ha perso 0,46 punti percentuali (sono ora necessari 6,8485 yuan per un dollaro) alla borsa di Shangai, secondo quanto riportato dal China Foreign Exchange Trade System. La valuta asiatica, la quale aveva ottenuto le migliori performance del continente nel 2008, è cresciuta dello 0,08% in quest’ultimo trimestre, la crescita più bassa da quando è stato stabilito un tasso di scambio fisso. La Cina dovrà ora assestare la politica economica in tempi brevi, dato che la situazione economica è in continuo mutamento.

 

Rallenta l’inflazione in Cina e l’obiettivo torna a essere la crescita. Sui minimi l’indice di Shanghai

Rallenta la corsa dei prezzi in Cina: a Luglio l’indice dei prezzi ha fatto registrare un aumento del 6,3%, più basso delle attese ed inferiore al dato di luglio (+7,1%). Nonostante il livello comunque alto, l’inflazione da segnali di rallentamento. In calo anche le previsioni sui dati dei prossimi mesi: per agosto gli economisti si attendono un dato prossimo al +5,5%, mentre per il resto dell’anno si attendono rialzi ancora più contenuti.