Secondo la definizione di Antoine W. van Agtmael, un economista della International Finance Corporation, il primo a coniare il termine, un paese emergente è caratterizzato da un reddito medio pro-capite inferiore alla media mondiale, ma superiore ad un livello minimo. Sotto a tale livello, si collocano i paesi del cosiddetto quarto mondo.

Molte economie fino a poco tempo fa ritenute a rischio sono diventate solidissime. Il Brasile ad esempio cresce del 5% all’anno grazie a consumi ed investimenti. In Messico la situazione è analoga. I governi di questi paesi si sono dimostrati responsabili e lungimiranti e sono stati in grado di approfittare delle ricchezze generate dal boom delle materie prime per sanare i conti pubblici. Lo stesso dicasi per l’Asia e molti paesi dell’Est Europa. Questi paesi in passato sono stati debitori, adesso, nel complesso, sono creditori.


La crescita economica è così veloce che in questi Paesi i Governi hanno deciso grandi investimenti in infrastrutture. Il governo cinese per esempio investirà 3800 miliardi di Rmb in infrastrutture nuove, dei quali 1000 miliardi per le strade e i ponti, 1200 per le ferrovie e 1600 per i porti. Per questo motivo molti operatori stanno investendo in azioni di società che operano nelle infrastrutture. Infine anche i paesi dell”Europa centrale e dei Baltici si stanno avvicinando a quelli che per primi sono entrati nell”Ue in termini di prosperità, produttività e competitività.

Ma Paesi emergenti vuol dire realmente Paesi in crescita sotto tutti i punti di vista? Qui intervengono le lacune dell’utilizzo, come unico indicatore del benessere, del PIL: ma non basta definire lo status del paese sulla sola base del reddito medio pro-capite. Si devono considerare, invece, molteplici aspetti e caratteristiche, partendo dalla salute dell’economia, proseguendo con la natura del substrato culturale ed istituzionale, per poi terminare con fattori legati alla natura dell’indebitamento (dimensione, tipologia, efficienza del mercato in cui i titoli vengono scambiati).

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