Argentina, una nuova crisi finanziaria all’orizzonte

È impossibile non piangere per l’Argentina, come veniva cantato nel celebre film “Evita” di Alan Parker: la nazione sudamericana ha conosciuto da pochi giorni il suo nuovo presidente, una conferma visto che è stata rieletta Cristina Kirchner, ma non è più tempo per festeggiare, ma per preoccuparsi a causa della crisi finanziaria. Come si spiega una nuova congiuntura negativa dopo i problemi di un decennio fa e la lenta risalita? La stabilità politica è stata assicurata e questo risultato è stato ottenuto proprio grazie alla crescita economica del paese, qualcosa di impensabile dopo il disastro dei tristemente famosi “Tango Bond”.

Multa da 800 milioni di dollari per Siemens: corruzione

Una multa record di 800 milioni di dollari (450 milioni di dollari da consegnare al dipartimento di Giustizia Usa e 350 milioni per la Sec, la Commissione di controllo della Borsa statunitense) per la Siemens. L’accusa arriva dalle autorità statunitensi: aver corrotto alti ufficiali governativi in vari Paesi del mondo, per ottenere assegnazioni di appalti (una fornitura di attrezzature mediche in Russia tra il 2000 e il 2007, un progetto riguardante la carta d’identità in Argentina tra il 1998 e il 2004, la realizzazione di una linea di trasmissione ad alta tensione in Cina, tra il 2002 e il 2203, le linee della metropolitana in Venezuela).

Lo scandalo sulle attività illecite della multinazionale è esploso nel 2006. Secondo le accuse, la società avrebbe sistematicamente pagato tangenti tra il marzo 2001 e il settembre 2007: la Sec ne ha contate almeno 4.283 per un ammontare di 1,4 miliardi di dollari. Secondo gli inquirenti, sono circa 300 i dipendenti compromessi con queste attività illecite. Lo scandalo ha portato alle dimissioni di alcuni dirigenti di alto livello, tra i quali il direttore generale Klaus Kleinfel e il suo predecessore e presidente Heinrich von Piere.

La nazionalizzazione delle pensioni non allontana lo spettro della crisi per l’Argentina

Il Senato argentino ha approvato un piano promosso dal presidente Cristina Fernandez de Kirchner volto a nazionalizzare circa 24 miliardi di dollari in pensioni private: questa una mossa del governo viene considerata la via giusta per proteggere in maniera adeguata i risparmi dei pensionati dal crollo dei mercati finanziari. La Camera ha votato la scorsa notte il proprio appoggio al piano, al termine di una sessione “fiume” durata 12 ore. Tale progetto di legge era, tra l’altro, già stato approvato dalla Camera Bassa argentina lo scorso 7 novembre. I fondi verranno trasferiti a un’agenzia statale di garanzia sociale, nello specifico la Anses, che dovrà gestirli ed amministrarli. Il senatore Fabian Rios, appartenente al Partido Justicialista (noto anche come Partito Peronista), è stato molto chiaro durante lo svolgimento del dibattito:

La sicurezza sociale non può dipendere dai rischi del sistema finanziario e dalla speculazione.

Il presidente Fernandez, 55 anni, ha annunciato il suo piano al fine di rilevare i finanziamenti alle dieci pensioni private del paese lo scorso 21 ottobre. C’è da sottolineare che le azioni e i bond dell’Argentina hanno fatto sentire gli effetti della loro caduta sugli investitori a tal punto che le finanze del governo sono sotto una forte pressione e si profila un altro rischio di default, sette anni dopo l’azione intrapresa dalla nazione sudamericana per sospendere i pagamenti relativi ai 95 miliardi di dollari di debito.

I paesi emergenti del Sud America dimostrano un’inattesa resistenza alla crisi finanziaria: nessun crack e limitate perdite in borsa

È quasi sorprendente la capacità di resistenza alla crisi finanziaria mondiale dimostrata dai paesi emergenti, in particolare da quelli dell’America Latina (Argentina, Brasile, Uruguay, Cile…). Il più grave collasso economico degli ultimi dieci anni è stato infatti vissuto da questi paesi con una sorta di placido attendismo: è una situazione strana quella che si sta delineando, perché le precedenti crisi avevano coinvolto in maniera più rapida e profonda proprio gli stati sudamericani.

Non si è verificato nessun crack e gli unici effetti da rilevare sono stati quelli sulle borse: San Paolo ha perso 7,59 punti percentuali, seguita da Buneos Aires (-5,2%) e, in maniera più lieve, Santiago del Cile (-0,53%). Cerchiamo di capire ora il perché di questa situazione e le prospettive future.