Nissan: ingegneri vietnamiti per abbattere i costi

Circa 50,000 veicoli sono stati costruiti in Vietnam lo scorso anno, ma le strade della capitale non sono congestionate per il traffico di auto, bensì sono ancora piene di biciclette e vecchi motorini. La Nissan Motor Co vede la nazione del sud-est dell’Asia come un punto chiave nella strategia di abbattimento costi nello sviluppo delle auto al fine di competere in futuro con le produzioni sempre crescenti di veicoli da nazioni come Cina e India.

Per anni i produttori di auto hanno ridotto le spese costruendo stabilimenti di assemblaggio in nazioni “a basso costo” come Russia, Turchia e Messico. Adesso anche la parte del design e delle operazioni di ingegneria, rimaste a lungo nei paesi industrializzati come gli Usa, la Germania ed il Giappone, si stanno apprestando ad intraprendere la strada degli stabilimenti di assemblaggio.

Honda Motor Co lo scorso anno ha annunciato un piano per creare un centro di sviluppo in Guangzhou, nella Cina meridionale, con uno dei suoi partners orientali. Il mese scorso Chrysler LLC ha affermato che presto avrà inizio il dislocamento delle operazioni di sviluppo auto nei paesi a basso costo. General Motors Corp. ha cominciato il designing degli interni per le Buicks in Cina.

America On Line si getta nella mischia

La America On Line è stata protagonista di una delle più grandi fusioni della storia: quella da 160 miliardi con Time Warner nel 2001. Adesso è considerata una delle principali candidate a contrastare l’eventuale Microoh. Il 5% di Aol è già nelle mani di Google, che ha acquistato la quota a 1 miliardo di dollari nel 2005. Aol è forse l’unica a poter competere con Microsoft e Yahoo sul piano della messaggeria istantanea, con un bacino da 65 milioni di utenti.

Per il momento Aol se ne sta in disparte ma questo non vuol dire che stia solo a guardare: ha annunciato la quinta acquisizione dell’anno nell’advertising, dopo Quigo, Tacoda, Screen Media e AdTech. Questa si volta si tratta di Buy.at, una rete di marketing affiliato. In pratica Buy.at è un network in cui gli inserzionisti pagano il publisher web solo quando un visitatore fa un’azione in risposta all’advertising, come un acquisto ad esempio. I termini finanziari dell’operazione non sono stati resi noti.

Ieri Aol ha comprato anche Growy, entrando così nel business dei widget. Neanche di questa operazione si conoscono i termini finanziari, ma quello che è certo che la divisione di Time Warner integrerà in neo-acquisto nella rete pubblicitaria di Platform A, con Advertising.com, Tacoda, Third screen Media, Lithingcast e AdTech.

Cina: delocalizzazione produttiva, crescita del Pil e aumento inflazione

La delocalizzazione rappresenta l’organizzazione della produzione dislocata in regioni o stati diversi. Le ragioni sono molteplici, per prima anzi tutto l’economicità, che deriva dalla ricerca di Paesi in cui ci sia un concreto vantaggio comparato rispetto ad altri, per esempio una produzione in cui sia necessario un notevole apporto di know-how e software a buon mercato, viene realizzata in India dove sono presenti alte professionalità ad un prezzo orario limitato. Al di là degli investimenti diretti ci sono migliaia di accordi di subfornitura che costano poco e danno vantaggi a chi li sigla consentendo a queste imprese di espandere la produzione all’estero, conquistare nuovi mercati, ristrutturare i costi di produzione. Una produzione in cui la parte focale sia costituita dalla manodopera rispetto al valore intrinseco delle merci in trasformazione, viene realizzata in un luogo in cui il costo del lavoro sia minimo, per esempio la Cina. Con una crescita dell’11,2% tra ottobre e dicembre dello scorso anno, in lieve rallentamento dall’11,5% del precedente trimestre, la Cina ha chiuso il 2007 con un’espansione annua dell’11,4%, massimo dal 1994. A dicembre l’inflazione cinese ha rallentato al 6,5% dal massimo di 11 anni toccato a novembre con un 6,9%.

Investire in India conviene

Il Prodotto Interno Lordo dell’India è cresciuto nell’ultimo anno finanziario del 9,6%. La crescita, per il terzo anno consecutivo maggiore del 9%, è stata superiore al previsto, va di pari passo con l’aumento dei consumi e pone le basi per soffiare il primato alla Cina. L’India rappresenta per questo motivo ed altri una vera e propria calamita nell’attirare investimenti italiani.

Sono cinque i settori più promettenti per fare business in India: infrastrutture, formazione, immobiliare, tecnologia avanzata e impresa manifatturiera, soprattutto tessile ed agroalimentare. Sono oltre 200 le multinazionali della tecnologia che hanno aperto qui centri di sviluppo e ricerca, come IBM e General Electric, traendo vantaggio dalla manodopera a basso costo ma non solo, dal momento che in India è possibile usufruire anche di personale qualificato (9 milioni di laureati all’anno). I dati ci dicono che il 70% delle aziende che hanno investito in India sono profittevoli. Unico neo la labirintica burocrazia indiana, motivo per cui almeno inizialmente conviene affiancarsi ad un partner locale, per poi in seguito magari rilevarne la partecipazione.

E l’Italia come si colloca in questo scenario? Attualmente sono circa 150 le aziende italiane presenti in India, tra unità produttive, joint venture e branch offices principalmente nei settori auto, tessile e meccanico. In passato l’obiettivo di chi sceglieva l’India era l’abbattimento dei costi produttivi, soprattutto per quanto riguarda la manodopera, mentre oggi le aziende italiane guardano al mercato indiano per vendere i propri prodotti, magari prodotti sul posto.

Finanza islamica, una valida alternativa?

I musulmani oggi sono circa 1 miliardo e mezzo e possiedono capitali stimati per oltre 950 miliardi, destinati a crescere nel futuro. Rappresentano quindi una fetta molto importante del mercato finanziario globale ma non possono essere gestiti con le leggi che governano attualmente il sistema finanziario e bancario globale. Il Corano, il loro libro sacro, fornisce dettami precisi su come utilizzare il proprio denaro. Nascono quindi le banche islamiche e la finanza islamica, un modo di investire e gestire il proprio patrimonio.
Uno dei punti principali della finanza islamica è il rifiuto del sistema bancario occidentale, nello specifico il divieto di percepire interessi (Riba, usura). La finanza islamica in realtà si basa anche sul divieto di speculazione e l’irragionevole incertezza, ma questi sono due principi che potrebbero essere condivisi anche dalla finanza comunemente praticata. In base a ciò che dice il Corano inoltre sono vietate le attività economiche legate a distribuzione e produzione di alcol, tabacco, armi, carne suina, pornografia e gioco d’azzardo (haram).
La finanza islamica è inoltre basata sulla trasparenza e sulla tracciabilità dei capitali, cosa che permette di collegare fonti ed impieghi, evitando asimmetrie informative. Mentre la finanza occidentale è interest based, ovvero l’intermediazione dei capitali è basata sul pagamento di un tasso di interesse, sia per la raccolta, sia per l’impiego, in quella islamica è proibita la determinazione a priori delle remunerazioni e i proventi sono calcolati ex post, in base ai redditi relamente conseguiti.

Crisi fondi comuni: a gennaio solo 19 miliardi

Una raccolta negativa per 19 miliardi in un solo mese è il risultato peggiore registrato storicamente dall’industria dei fondi comuni. Anche il patrimonio ha segnato il passo, scendendo a 538 miliardi e registrando un decremento del 5,5% rispetto a dicembre 2007. Cosa può aver contribuito a questa situazione negativa? A gelare la raccolta di gennaio ha sicuramente contribuito il pessimo andamento dei mercati finanziari, scesi in media del 15%. I costi spesso troppo elevati dei fondi obbligazionari, che con rendimenti mediamente al di sotto dell’inflazione non sono giustificati, spingono molti risparmiatori a cercare alternative. Inoltre le banche da mesi stanno dirottando i loro clienti verso prodotti (in primis le loro obbligazioni) che consentono agli sportelli di incassare commissioni di ingresso più ricche. Solo i fondi monetari, quelli usati per parcheggiare temporaneamente la liquidità, segnano un dato positivo (un modesto più 886,4 milioni di euro). Soffrono i fondi di diritto italiano (che perdono poco meno di 9 miliardi di euro), ma anche i “roundtrip” (i fondi creati all’estero da società italiane, con un saldo negativo fra raccolta e riscatti di 7,8 miliardi), e i fondi esteri (meno 2,7 miliardi). Se a questi dati si aggiungono i cali che hanno colpito le Borse nel mese di gennaio, si arriva a un patrimonio complessivo in calo dai 570,2 miliardi di dicembre agli attuali 538,6 miliardi.

Lotito denunciato dalla Consob e il titolo vola in borsa

Vola in borsa il titolo della Lazio, +13,21% a 0,300 euro, mentre Juve e Roma chiudono in negativo. Il titolo è spinto dalla vittoria in campionato, arrivata in un momento in cui la zona retrocessione sembrava troppo vicina, ma soprattutto dalla notifica della Consob che ha comunicato di aver accertato un patto “occulto” tra Lotito e Mezzaroma. Il patto avrebbe avuto come oggetto l’acquisto di concerto di azioni ordinarie della SS Lazio Spa, pari al 14,61% del capitale della società.

Il patto risalirebbe al 2005 quando Capitalia decise di dismettere la propria quota di capitale della società biancoceleste. il gruppo bancario era in possesso proprio di quel 14,60%, acquistato da Roberto Mezzaroma. A quel tempo Lotito deteneva il 29,89%, che corrisponde quasi alla soglia rilevante ai fini dell’opa obbligatoria (30%). La Consob ha denunciato il fatto che Mezzaroma non avesse acquistato le quote di sua spontanea iniziativa, ma che il tutto fosse frutto di un patto con Lotito.

I patti parasociali, secondo l’articolo 112, dovrebbero essere notificati alla Consob entro cinque giorni dalla stipulazione. Come provvedimento la Consob ha sospeso il diritto di voto al presidente biancoceleste; per riacquisirlo dovrà alienare quel 14,48%, la quota che risultava eccedente il 30% al momento del patto.

INVESTIMENTI IMMOBILIARI IN ESTONIA

Tutti a Tallinn, conoscono la storia del vecchietto che vive nelle acque del lago. Una volta all’anno egli esce dalle acque, nella notte più buia dell’autunno e si spinge fino alle porte della città e chiede se la città è pronta o c’è qualcosa da costruire. Qualcuno risponde che non è ancora pronta altrimenti il vecchio manderebbe le acque sulla città, per sommergere tutte le case. Questo aneddoto e famoso perché da qualche anno in questo paese vi è una certa vivacità nel mercato immobiliare.
Tallinn è la capitale dell’Estonia, situata sulla costa settentrionale del Paese, sul Mar Baltico. E’ una città pittoresca, che grazie a delle attente opere di ristrutturazione, ha saputo mantenere la sua bellezza artistica e il suo fascino di città medioevale. La città vecchia è stata dichiarata patrimonio dell’umanità, dall’Unesco. E’ anche il porto più grande dell’Estonia. Negli ultimi anni si è sviluppata l’industria elettronica, quella cantieristica ed il settore informatico. L’Economia del Paese è in forte crescita, grazie al dislocamento di alcune attività economiche dei paesi Scandinavi e grazie soprattutto al transito delle petroliere provenienti dalla Russia. L’Estonia grazie ad una crescente stabilità economica, ha un regime liberale nei confronti del commercio internazionale, ha un efficiente politica fiscale, puo’ vantare una crescita del Pil del 9% nel 2007 ed il livello di disoccupazione più basso d’Europa.

Il mercato della pubblicità su Internet, la nuova frontiera

Il 2007 è stato l’anno del boom della pubblicità in rete: la crescita è stata del 41%. L’incremento riguarda tutte le forme di pubblicità, dai banner a quelle di ultima generazione, come sponsorship e keywords, a dimostrazione di come il mondo della pubblicità su Internet sia in continua evoluzione. Tra gennaio e novembre gli investimenti pubblicitari hanno superato gli 8.050 milioni.

Solo in Italia gli investimenti hanno raggiunto i 680 milioni di euro, con un +39% rispetto al 2006, e nel 2008 potrebbero raggiungere il miliardo. Ormai tutti sono sicuri che non si tratti più di una fase, ma di un trend consolidato e destinato a continuare a crescere. Nielsen, l’azienda leader nelle analisi di mercato, ha confermato in un convegno le previsioni di crescita per l’anno a venire, prevedendo un +2,9% solo per il settore Italia, ed un 33,6% a livello globale.

Generali: annunciata la strategia internazionale, 1 miliardo per le acquisizioni

Anche le Generali guardano ad est per il futuro: entro il 2012 il gruppo italiano stima investimenti per un valore totale di 1 miliardo di euro. In pratica la quota di premi originata dai mercati est-europei, pari oggi al 3,5%, dovrebbe salire all’8%, e poi anche raggiungere il 10%. L’obiettivo è di raddoppiare il volume dei premi realizzati con la joint venture costituita con il ceco Ppf da 2,6 miliardi a 6. Il sodalizio è stato ufficializzato ieri da Balbinot, amministratore delegato delle Generali, e Ladislav Bartonicek a Praga. Per l’occasione è stato fatto il punto sulle strategie internazionali di espansione del gruppo.

Direzione Romania: il gruppo ha fatto un’offerta per la Asiban, valutata tra i 150 e i 250 milioni, ed è entrato nella short list, in competizione con diversi altri gruppi assicurativi internazionali, tra cui l’italiana Fondiaria. Lo scopo è comunque quello di consolidare la propria leadership in tutta l’area del centro-est-Europa: in Polonia, Turchia e, appunto, Romania, il gruppo cercherà tramite acquisizioni di acquisire posizioni. In Russia l’obiettivo è il mercato vita, per ora poco sviluppato ma con un grande potenziale.

Oro e platino: continua la corsa al rialzo

L’oro ha toccato un nuovo record a Londra con la consegna a febbraio a 926,50 dollari, in conseguenza al peggioramento dell’economia Usa, la crisi del dollaro e i timori dei tagli alla produzione in Sudafrica. Oltre all’oro è schizzato al massimo anche il platino, che nelle contrattazioni spot ha toccato il record storico di 1,702 dollari l’oncia. La corsa dell’ultimo anno dei metalli preziosi e soprattutto dell’oro (+30%) non è certo destinata ad interrompersi. Secondo gli esperti il platino ha il potenziale per oltrepassare i 1800, a causa di probemi sindacali e tecnici incontrati dal primo produttore mondiale di platino, il Sudafrica che copre l’80% della produzione globale.

L’alto valore del platino è dato innanzitutto dai tempi e costi per produrre una sola oncia: servono 10 tonnellate di minerale e 5 mesi di raffinazione. Il platino è anche considerato molto profittevole, soprattutto in periodi di crisi, in quanto,diversamente dall’oro, è libero dalle manipolazioni delle banche centrali e dalla valenza monetaria. La maggior parte della produzione sudafricana inoltre proviene da una singola miniera, la Bushveld; la produzione di platino è quindi strettamente legata ai problemi di estrazione che con il tempo aumentano sempre di più in proporzione all’aumento della profondità a cui estrarre il prezioso metallo. Il rialzo è andato avanti anche nel periodo precedente alla crisi: dal 2001 il prezzo è praticamente triplicato a causa dell’aumento della domanda di gioielleria proveniente da paesi come la Russia, l’India, la Cina e i paesi arabi.